Hai un piano a cui attenerti nei momenti difficili?

“Andare nel pallone!” Sicuramente hai utilizzato questa frase molte volte nella vita. È un modo di dire che ben si applica ai calciatori della nazionale inglese, quando devono tirare i calci di rigore nella finale di una coppa importante.

Durante gli allenamenti i vari Kane, Saka, Rashford, Grealish, giocatori bravi e super pagati, non hanno alcuna difficoltà a segnare i rigori; quando invece si tratta di finali europee o mondiali, il proverbiale aplomb inglese se ne va alle ortiche con buona pace dei milioni di tifosi britannici collegati. Caso emblematico fu quello di David Beckham che inciampò addirittura durante la rincorsa!

È evidente che parliamo di grandi campioni che conoscono perfettamente la tecnica del calcio di rigore; il problema è che la pressione psicologica del momento è tanto forte da inibire completamente la performance più di quanto non farebbe un difensore della squadra avversaria*.

Capire cosa accade nella testa dei calciatori in quegli istanti fatidici, dopo 120 minuti estenuanti, è stato oggetto di studio di Geir Jordet, professore della scuola norvegese di scienze sportive**.

Jordet, analizzando le riprese televisive di più di 400 serie di calci di rigore nei tornei di calcio più importanti dal 1976 al 2004, è arrivato ad alcune conclusioni che possono esserci utili anche in ottica di pianificazione patrimoniale.

Il primo aspetto (non scontato) è che molto spesso il successo del rigore dipende da come è andato il precedente. Jordet infatti registrava che, nel caso in cui il team avesse segnato il rigore precedente, la probabilità che anche il successivo andasse a buon fine era di circa l’85%. Se invece il precedente non fosse andato a segno, allora le probabilità per il successivo di andare a rete sarebbe sceso al 65%. Come dire: in questi casi la bravura della squadra conta il giusto; è il ricordo del rigore precedente che ha un impatto non marginale nell’influenzare il successivo.

L’altro aspetto interessante è che i calciatori credono spesso che segnare su rigore dipenda fondamentalmente da due fattori: fortuna e cosa farà il portiere. In base a questa convinzione essi sono portati a pensare che il calcio di rigore sia qualcosa di cui non è possibile avere il controllo. Di conseguenza, per correggere tale impostazione mentale, negli allenamenti si chiede ai calciatori di dichiarare prima del tiro dove andrà il rigore: a sinistra, a destra, in alto o in basso. Con sorpresa, nonostante il portiere sappia dove tuffarsi per parare, il rigorista spesso riesce a segnare. Ciò dovrebbe allora dimostrare come chi tira il rigore abbia di fatto un certo grado di controllo.

Traslando questa consapevolezza in una partita vera, sapere che si può sempre avere una buona probabilità di segnare non è una cosa da poco.

Eppure è sempre la pressione psicologica a giocare gli scherzetti peggiori. Perchè?

Ci sono varie teorie che ne spiegano i motivi.

Innanzitutto sapere:

  1. che milioni di persone ti guardano;
  2. che se vinci, riceverai un grande premio in denaro;

non aiuta assolutamente.

Spesso pensiamo che questi due fattori siano “incentivi” che possono responsabilizzare i giocatori a tal punto da spingere le loro performance al massimo. Invece la psicologia dei guadagni e delle perdite è sempre in agguato: il pensiero di vincere (o perdere) il titolo, così come l’idea del premio in denaro o le aspettative della folla attivano i nostri ipotetici bilanci mentali in modo da far pesare le possibili perdite 2,5 volte in più dei possibili guadagni.

Quindi, cosa accade in pratica?

Succede che in situazioni di forte pressione psicologica o quando la posta in gioco è molto alta, si cambia il “piano” (ossia quanto pianificato nei momenti a zero stress, come negli allenamenti).

Nel caso dei rigoristi, l’unico obiettivo su cui concentrarsi dovrebbe essere battezzare un angolo e calciare al meglio. Invece, la pressione esterna li porta a pensare troppo, trasformando una cosa semplice in un compito difficile, qualcosa che conoscono perfettamente in un’impresa titanica.

Qualche giorno fa Jannik Sinner ci ha ricordato quanto invece sia importante attenersi al piano. Tutti noi abbiamo ancora vivo il ricordo della vittoria della nazionale italiana in Coppa Davis.

In semifinale, dopo aver battuto Djokovic e la Serbia, Jannik viene intervistato su Sky da Stefano Meloccaro che gli chiede:

“Cosa si pensa quando ci si trova sotto di tre match point?”

Risposta:

“Niente, io gioco!”

Attenersi al piano (ovvero a quanto provato un numero infinito di volte in allenamento) è la cosa migliore da fare in queste situazioni.

Ecco cosa accade nel cervello delle persone che mantengono il sangue freddo a differenza di quelle che “vanno nel pallone”:

riescono a mantenere la concentrazione su alcuni aspetti essenziali.

Tornando al nostro mondo della consulenza finanziaria, attenersi al piano e mantenersi concentrati sui suoi aspetti essenziali, presuppone prima di tutto l’esistenza del piano stesso e poi che i suoi elementi siano chiari e di valore per i nostri clienti.

Quando ci lamentiamo di quanto i clienti si lascino prendere dal panico per l’altalena dei prezzi di mercato o per gli scenari di guerra internazionale e di come i clienti chiedano a gran voce un cambio radicale di approccio o allocazione, io mi chiederei allora: che piano ho costruito con loro perché essi vi possano restare fedeli nei momenti in cui serve rimanere concentrati?

L’esperienza quotidiana ci dice come i puri obiettivi finanziari: tempo, rendimento e volatilità, si portano dietro delle emozioni effimere e blande che non aiutano per niente i clienti a focalizzarsi sulla cosa giusta da fare per il loro futuro.

Se allora gli obiettivi non sono tutti uguali, anche i piani non lo sono.

I piani con maggiore probabilità di riuscita sono quelli in cui gli obiettivi (di vita) che li compongono hanno una “carica emozionale” forte e capace di mantenere il focus sulla direzione da dare al futuro.

Ecco il grande valore degli obiettivi di vita rispetto ai soli obiettivi di investimento. La “carica emozionale” dei primi serve a creare una sorta di tunnel spazio-temporale abbastanza tenace da ridurre l’impatto emotivo dei macro eventi che accadono intorno ai clienti, consentendo loro di mantenere la direzione restando agganciati al piano.

Fare del nostro meglio è qualcosa che non possiamo dare per scontato.

Perché prima di fare, è sapere COSA fare il passo cruciale da compiere!

Buon lavoro a tutti!

* E di questo ovviamente noi li ringraziamo senza se e senza ma! 🙂

**https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17127587/

Articoli che ti consiglio: