Dal ‘Market Timing’ alla pazienza: superare in astuzia l’action bias negli investimenti

Qualche giorno fa, Giuseppe, un consulente che conosco da tempo e che segue questa rubrica, mi ha scritto una mail chiedendomi di approfondire il tema del “market timing” contrapponendolo alla capacità di rimanere investiti. La sua mail si chiudeva dicendo: “Ci sono molti clienti che quando vedono un “utile” su un fondo cercano subito di realizzare, perdendo così opportunità molto importanti”.

Effettivamente la tendenza ad agire è molto diffusa.

Dire: “Almeno ci ho provato!” fa sentire molto meglio rispetto al non far nulla, nonostante sia noto che i portafogli d’investimento sono un po’ come il “sapone”: più si toccano, più si sciupano. Ovviamente questa considerazione vale solo se essi sono stati costruiti con intelligenza sia in termini di asset allocation strategica e diversificazione, che di corretto orizzonte temporale ed obiettivo.

La finanza comportamentale ha descritto da tempo il bias che spinge all’azione, chiamandolo “action bias” o “pregiudizio d’azione”.

Le implicazioni che questo pregiudizio si porta dietro sono davvero molteplici e in ogni ambito della nostra vita: pensiamo alla medicina, allo sport e, per non fare eccezione, anche al mondo degli investimenti.

In medicina capita che i pazienti insistano per ricevere cure (ad esempio antibiotici non necessari) anche quando i possibili effetti collaterali superano i potenziali benefici. O ancora accade che i medici scelgano di somministrare ai pazienti test non necessari, anche laddove aspettare potrebbe essere l’ipotesi migliore.

Altrimenti pensiamo al calcio, dove nel momento dei calci di rigore è facile vedere i portieri lanciarsi ai lati delle porte per intercettare la palla, mentre i calciatori (consci di questo “bias d’azione”) scelgono di fargli “il cucchiaio”, tirando la palla lenta e centrale ;-).

E nel mondo degli investimenti?

Quando le cose vanno bene, come diceva la mail dell’amico consulente, o quando vanno meno bene, i clienti vorrebbero che si agisse per preservare il risultato o per invertire la rotta.

Quali sono le motivazioni che spingono a preferire l’azione all’inazione?

Molte. Eccone una sintesi (naturalmente incompleta):

  1. L’azione porterà risultati migliori dell’inazione a prescindere dalle azioni messe in atto. Tale ragionamento automatico porta ad agire di default, cioè senza fare alcuna analisi delle conseguenze di quanto verrà messo in atto (si presume che agire sia sempre la soluzione migliore);
  2. Le persone vengono valutate più favorevolmente quando agiscono. Mi riferisco ai casi in cui occorre dar conto delle proprie azioni ai clienti e questi ultimi hanno uno spiccato “action bias” (“action bias” del cliente alimenta quello del consulente);
  3. L’azione aumenta il senso di controllo delle persone. L’azione dà la sensazione di essere al “comando” della situazione; l’inazione invece porta con sé l’impressione di essere passivi o addirittura impotenti;
  4. L’azione tende a ridurre i futuri rimpianti. Si agisce anche e soprattutto perché si percepisce l’incertezza del futuro e si vuole evitare di provare rimpianti rispetto ai risultati raggiunti o che avrebbero potuto essere raggiunti in futuro. “Avrei potuto fare e non ho fatto! Almeno ci ho provato!”

Il passo è breve: con tale inerzia mentale è facile cadere nella trappola dell’agire a prescindere.

Come se ne esce?

Ovviamente non è semplice, ma la psicologia ci dà qualche suggerimento.

Una delle tecniche più efficaci da usare in queste situazioni è quella di introdurre con i clienti il “pregiudizio d’azione” sin da subito e prima che inizi il “viaggio” degli investimenti. Parlarne prima, ed utilizzare delle tecniche di “pre-impegno” reciproco può risultare una soluzione efficace: si spiega cosa potrebbe accadere agli investimenti che seguono l’andamento altalenante dei mercati e come si dovrà affrontare la situazione.

Altrettanto efficaci sono gli strumenti tecnici (o legali) che definiscono a priori gli aspetti che limitano l’azione (pensate ai fondi pensione) o che automatizzano le azioni al fine di ridurre i “danni” a lungo termine sulla gestione dei portafogli (PAC, ribilanciamenti, ecc…).

Un’altra maniera è quella di argomentare in modo efficace e continuativo come a volte il valore dell’inazione è superiore all’azione. L’obiettivo è chiaramente quello di bilanciare il peso del pregiudizio che tutti noi abbiamo sull’agire.

Per facilitare la comprensione di questo concetto, a volte, ragionare per paradossi o per estremi può essere un valido aiuto.

Giuseppe chiedeva:

“come possiamo ulteriormente argomentare ai clienti l’importanza del “tempo” d’investimento rispetto al “timing”?”

Ecco, ho assistito ad un’argomentazione interessante di Ben Carlson, consulente finanziario americano e blogger*. Carlson ha pensato di ragionare per estremi, prendendo in considerazione il caso di un ipotetico cliente, Bob, che pur mantenendo l’investimento nel tempo le avesse sbagliate tutte, cioè che avesse investito negli ultimi 50 anni sullo S&P 500 sempre ai picchi e quindi prima dei 4 più profondi crolli di borsa (in altre parole: il perggior market timer in circolazione).

Appunto, questa rappresentazione estrema è interessante. È plausibile pensare che al povero Bob sia andata abbastanza male**.

Così per renderla più vicina a noi, l’ho voluta personalizzare un po’ e invece di parlare di Bob e del mercato americano, l’ho traslata su Mario e sul mercato globale.

Dunque, cosa sarebbe successo al nostro povero Mario se, pur rimanendo un accanito sostenitore dell’investimento azionario, avesse investito negli ultimi 40 anni nel mercato azionario globale*** prima dei 5 più importanti crolli?

Se Mario avesse investito 10.000 euro, sbagliando il timing non solo nell’agosto del 1987, ma inanellando anche tutti e 4 i principali crolli successivi, investendo ulteriori 10.000 euro prima del: settembre 1989, aprile del 2000, maggio del 2007 e come ciliegina sulla torta gennaio del 2020, cosa sarebbe successo?

Bene … Avrebbe ottenuto un rendimento del suo investimento pari al:

5,1% medio annuo

contro il 7,1% medio annuo dell’indice MSCI World dall’agosto 1987 al febbraio 2024.

Non male per uno che le ha sbagliate tutte!!

Questo, caro Giuseppe, è l’ennesima riprova che spero possa esserti utile e che puoi raccontare ai clienti sul fatto che:

il Tempo vince sul Timing, a patto però che l’investimento sia ben diversificato e abbia un tempo coerente rispetto all’obiettivo che si vuole raggiungere.

*presente alla Convention Nazionale di Banca Mediolanum.

**https://awealthofcommonsense.com/2014/02/worlds-worst-market-timer/

***MSCI World Index in USD convertito in EUR.

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